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social al cubo

Invece di lavorare spinti sulla strategia di social media marketing, strategist ed addetti al mkt dovrebbero combinare i diversi mezzi, creando tattiche social e accedendo alla new tecnology non in modo diretto ed unicìvoco, ma mescolando carte e canali per garantire l’efficacia delle azioni.
Potrebbe essere sintetizzato così il consiglio di Forrester, società americana di ricerche di mercato che fornisce consulenza sull’impatto attuale e potenziale della tecnologia.

Forrester ha appena reso noto i risultati della sua ultima ricerca: sui social media nel 2020 si spenderanno 112 miliardi di dollari in pubblicità. Eppure gli addetti ai lavori sono insoddisfatti, rivela il sondaggio appena terminato: il 31% degli intervistati rivela di non saper dimostrare l’impatto dei social sul business.

Forrester non ha dubbi: i social disorientano gli operatori. Non è sufficiente una campagna promozionale per impattare sui social. Non basta calendarizzare una spesa, cercare una creatività accattivante e buttare là, nel mare magnum della rete, il frutto di un lavoro fine a se stesso.
In troppi hanno iniziato a lavorare sui social con aspettative irrealistiche, convinti che di un guadagno facile, di poter sbloccare grandi profitti con poca fatica. I risultati sperati non sono arrivati subiti: gli effetti sono lunghi, bisogna lavorare con strategie dilazionate nel breve, medio e lungo periodo. Così le aziende e i loro consulenti hanno cominciato a credere che i social potessero essere utili solo con la pubblicità: un nuovo mezzo, niente di più. Ma è un grande errore pensare che la pubblicità sia l’unica opportunità offerta dai social media.

Forrest, nel descrivere le ragioni alla base della maggioranza degli errori fatti sui social e nell’indicare come le aziende dovrebbe usare le competenze social per rafforzare altre funzioni di marketing, descrive in realtà il nostro lavoro. Il che ci rende particolarmente orgogliosi. E i risultati che raccogliamo nel tempo non fanno altro che consolidare i dati divulgati dalla società di ricerca.

che ne sappiamo della Gen Z?

La vita si muove piuttosto velocemente.
Se non ti fermi e ti guardi intorno
una volta ogni tanto, potresti perderla.

Puoi anche perderla, o almeno perdere le relazioni, diceva Ferris Bueller: succede se sei incollato allo smartphone tutto il giorno. Sarà questa la ragione per cui i nuovi software di alcuni smartphone hanno iniziato a calcolare quanto si sta ogni giorno on line?

E chi sta più di tutti gli altri sui social? Sappiamo che i millennial (o anche Generazione Y, nati fra il 1981 e il 1995) costituiscono la generazione più ampia: sono 2.3 miliardi. Ma gli addicted, quelli che peraltro in questo periodo sono i più interessanti per il loro potere di acquisto, sono da pescare nella Generazione Z: sono i nati dopo il 1995 (qualcuno li chiama centennial). Hanno bisogni diversi dalle generazioni precedenti: sono interessati ai beni materiali, preoccupati dal futuro e sfiduciati dalle multinazionali. Per parlare di solitudini, appunto.

Quasi ovvio ciò che è stato misurato da una ricerca che parte dalla Loneliness Scale, la scala della solitudine dell’UCLA. Una scala che tiene conto dell’isolamento sociale e del senso di solitudine percepito dagli individui: su un range che va dai 20 agli 80 punti, a partire dai 43 punti la condizione di isolamento è da considerarsi preoccupante. La Gen Z ha fatto registrare il risultato peggiore (48.3 punti) rivelandosi la più sola, al contrario di ogni previsione: la Gen Z è più sola dei senior, gli anziani, e dei baby boomer “millenial” (fermi a soli 42.4 punti).

Nonostante la giovane età, la Gen Z ha una forte influenza sulle decisioni di acquisto, guarda al denaro come simbolo di successo (lo farebbe almeno il 60% di giovanissimi e teenager, contro il 44% dei millennial) ed è attratta da beni materiali tradizionali, come auto e immobili. Ed è, soprattutto, social: è la più digitale mai esistita finora. Il 97% degli appartenenti alla Gen Z possiede uno smartphone, che per 7 utenti su 10 rappresenta il mezzo più utilizzato per collegarsi a Internet. Infine sono abituati a guardare la TV online e a utilizzare servizi per lo streaming di contenuti audiovisivi come Netflix o Spotify. Ovviamente la Gen Z risulta la generazione più affezionata ai social: una media di 2 ore e 43 minuti al giorno, primo su tutti i social Youtube, seguito da Facebook, Instagram e Twitter (Snapchat ha guadagnato mercato negli anni, ma ormai si sta spegnendo).

Soli, asociali, ma molto social: ecco la fotografia reale degli adulti di domani.

Connessioni e sconnessioni: qual è la realtà?

 

Il web connette al mondo globale o sconnette dalla realtà? Una domanda tanto semplice quanto urgente, che don Giovanni Zampaglione, illuminato e attivissimo parroco di Marina di San Lorenzo (Rc), ha deciso di porre alla base dell’incontro che si terrà sabato 13 gennaio 2018 nella sala convegni dell’Access Point di Roghudi.

Don Zampaglione ha coinvolto la dirigente scolastica dell’IC De Amicis, Antonella Borrello, e l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Pierpaolo Zavettieri, per una mattinata di riflessioni con i giovani studenti.

Toccherà al giornalista Giuseppe Toscano moderare gli interventi del garante per l’infanzia Antonio Marziale, dell’assessore alla cultura Leonella Stellitano, dello psicologo Sandro Autelitano, della giornalista e scrittrice Paola Bottero, che ha studiato, narrato, denunciato ed esaminato il fenomeno della deriva personale “in favore di social” con Faceboom, raccolta di “18 racconti incatenati al tempo dei social” pubblicata a fine 2015 da sabbiarossa edizioni e già alla quinta ristampa (è in uscita una nuova edizione).

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Stare sui social vale 200 libri non letti all’anno

Pagina99, quotidiano di inchieste, economie e cultura, ha ripreso i calcoli di un giornalista di Quartz, che ha deciso di sommare il tempo trascorso sui social. Una somma che fa massa: vale 200 libri non letti, nell’arco di un anno. Se spegnessimo smartphone, tablet e tv per dedicarci ai libri potremmo leggere molto di più, e moltiplicare in modo esponenziale la media che pone i lettori forti a 10 libri letti l’anno. Certo, i conti sono fatti sul modello americano. Ma vale la pena di esaminarli.

Charles Chu, autore dell’articolo, fornisce calcolatrice alla mano tutti i passaggi per spiegare il ragionamento. Partendo da un presupposto: l’americano medio legge tra le 200 e le 400 parole al minuto. Assumendo che un libro di non-fiction è composto da circa 50 mila parole, 200 libri vuol dire 10 milioni di parole. Prendendo il lettore più veloce della nostra media, quello che macina 400 parole al minuto, per leggere quei 10 milioni di parole serviranno 25 mila minuti. Vale a dire, 417 ore. Per farci un’idea, basti pensare che un anno solare è composto da 8.760 ore. Se anche dessimo per scontato che ciascuno di noi trascorre la metà delle proprie giornate a dormire (ipotesi ottimistica e per eccesso, dunque), resterebbero 4.380 ore.

Considerando un impiegato medio, con un orario di lavoro di 40 ore settimanali, abbiamo 1.920 ore all’anno trascorse in ufficio. Se sottraiamo queste al totale delle ore di veglia, restano comunque 2.460 ore libere. Sicuri di non riuscire a ritagliarvene 417 – cioè meno di un quinto – per dedicarvi alla lettura? Se questi calcoli da soli non sono sufficienti a convincervi, torniamo all’articolo di Quartz, secondo cui un americano medio spende 608 ore all’anno sui social media: persino di più di quante ne occorrerebbero per legge quei famosi 200 libri. Per non parlare della tv: di fronte al piccolo schermo si trascorrono in media addirittura 1.642 ore, cioè oltre la metà del tempo libero totale extra lavoro, almeno stando al nostro piccolo calcolo. Di più: nel totale delle ore (2.250) impiegate davanti agli schermi di pc, tablet, smartphone e televisore potremmo leggere addirittura mille libri in un anno.

Ma sappiamo tutti come impieghiamo il nostro tempo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

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