Se non si riesce, dico io, a rendere quel che si scrive al meglio delle nostre possibilità, allora che si scrive a fare? Alla fin fine, la soddisfazione di aver fatto del nostro meglio e la prova del nostro sforzo sono le uniche cose che ci possiamo portare appresso nella tomba.
Raymond Carver
[Il mestiere di scrivere, 1984]
Scrivere. Un verbo facile da pronunciare, difficilissimo da fare proprio.
Difficile misurarsi con la scrittura in un mondo dove chiunque, anche chi non sa e non è interessato a leggere, pensa di poter/saper scrivere.
Impossibile esprimere esattamente ciò che per noi rappresenta la scrittura. Potremmo ricordare il grande Gesualdo Bufalino [Il malpensante, 1987], che ci ha donato, tra le tante, queste due perle: “scrivere solo i libri che si è curiosi di leggere” e “Scrivo perché ho paura. Scavo trincee di parole dove nascondere il capo”.
Potremmo seguire l’insegnamento di Joseph Pulitzer: “Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto, in modo chiaro perché sia capito, in modo pittoresco perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce”. O potremmo essere catartici come Charles Bukowski [Il capitano è fuori a pranzo, 1998]: “per me scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo”.
In realtà scegliamo i nostri autori con molta attenzione. Perché crediamo che sia necessario riconoscerci e condividere, prima di intraprendere insieme un cammino. Noi siamo i nostri autori. Ma siamo anche i nostri lettori. E siamo, soprattutto, granelli colmi di domande, con la voglia di condividerle e cercare insieme le risposte.
