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l’amore nutre

Partecipare per la prima volta al Salone del Gusto di Torino, puntando su un prodotto nuovo, non ancora in commercio: questa la sfida di Fattoria della Piana, cooperativa leader in Calabria sia nel settore caseario che nella sostenibilità di ogni ciclo produttivo.

I tempi erano stretti, non permettevano di costruire ex novo qualcosa di altamente impattante. Dovevamo, mentre ci occupavamo di portare avanti i rapporti con Slow Food e di organizzare gli eventi a latere, studiare qualcosa di forte, bello ed efficace. Abbiamo pensato a molte soluzioni: alla fine la più semplice ed apparentemente distante si è rivelata la più efficace

La scelta è stata quella di ruotare intorno a un claim di impatto, capace di legare gli eventi alla presenza nel Salone e di attirare pubblico che disconosceva l’azienda, la sua vision, i suoi loghi e i suoi prodotti. Prima attrarre, per poi far conoscere: un’azione piuttosto usuale, in mkt e in comunicazione. Ma stavolta con zero margini di errore: tutto andava organizzato in modo efficace per i 5 giorni del Salone. Il claim doveva essere urlato, doveva precedere ogni altro messaggio. Doveva incuriosire, attrarre. E poi diventare promessa. Lo sapete: il claim [to claim – affermare, dichiarare, rivendicare] è la frase utilizzata per sottolineare la peculiarità di un prodotto o di un servizio, per descrivere la sua superiorità rispetto alla concorrenza o per ribadire un’occasione di particolare vantaggiosità legata all’acquisto. Deve essere un’affermazione efficace e decisiva capace di sintetizzare il messaggio in modo forte ed incisivo, comunicando un’idea essenziale che verrà poi articolata nelle altre parti testuali.

Come trovare qualcosa di efficace che ben potesse stare con la tagline ormai essenza stessa dell’azienda? Come esprimere la principale promessa fatta ai consumatori dall’azienda in occasione del Salone? Come farlo con enfasi, iperboli, esclamazioni o domande retoriche non esagerate? Con la semplicità che è propria dei prodotti dell’azienda: l’amore nutre. Che significa tantissime cose: richiama il latte, cibo primigenio, e dunque l’amore materno, ma anche la forte carica emotiva con cui l’azienda segue il proprio ciclo produttivo, in un sistema di sostenibilità totale. Tra i due concetti ci sono tutti gli altri, riconducibili alla sensibilità e agli affetti.

Trovato il claim, tutto il resto è arrivato a seguire: lo sviluppo della creatività, l’impostazione dello stand prima e della logistica per arrivare alla personalizzazione interna ed esterna, la declinazione del claim in materiale divulgativo, la  costruzione del main event con lo stesso titolo del claim.

Il risultato ci ha soddisfatto già in fase di allestimento. I giorni di permanenza dei prodotti allo stand e l’affluenza massima, senza soluzione di continuità, intorno ai prodotti dell’azienda, ci hanno confermato la completa efficacia delle scelte fatte.

SalTo18: non dimentichiamo l’orizzonte disegnato insieme

«Non facciamo come capita troppo spesso, quando tornando a casa veniamo schiacciati dalla quotidianità e dimentichiamo l’orizzonte disegnato insieme»: questa la speranza dei giornalisti e scrittori Paola Bottero e Alessandro Russo lasciando Torino. Mentre volge al termine la 31ma edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, che sarà ricordata come quella delle grandi affluenze, mentre al Lingotto i riflettori si spengono e ciascuno si prepara al rientro, è molto forte la speranza di essere stati testimoni di una ripartenza per una nuova narrazione, in cui leggere diventi, anche in Calabria, un qualcosa di importante da condividere, proteggere e far crescere.

SalTo Irto, Abate, Bottero
da sinistra Nicola irto, Carmine Abate e Paola Bottero

I fondatori di Sabbiarossa, uno dei 13 editori che hanno animato lo stand della Regione Calabria, non hanno dubbi: «È finito il tempo di “lamentarsi come ipotesi”, per citare il grande Voltarelli. Quando ci siamo accorti che il giornalismo, locale e nazionale, non riusciva a superare gli stereotipi negativi e non bastava a ricostruire una narrazione della Calabria aderente alla realtà, abbiamo iniziato a cercare altri mezzi, altri modi. Da ormai più di dieci anni costruiamo occasioni per far conoscere la nostra regione a giornalisti, registi, premi Oscar, scrittori, intellettuali: insieme ad una nuova narrazione che portiamo avanti con la nostra casa editrice c’è anche bisogno di far conoscere dal vero le meraviglie di questa nostra terra. Il lavoro è lungo, ma pieno di soddisfazioni, che potrebbero essere ancora maggiori se riuscissimo ad avere una vision unitaria ed unita. Noi stiamo continuando a farlo: proprio stamattina abbiamo delineato i passaggi fondamentali di un progetto importante, fatto di sinergie e condivisioni. Speriamo di poterlo ampliare a quanti più attori possibili: non solo agli scrittori incontrati al Salone, ma soprattutto alla Regione attraverso il Presidente Irto, da sempre attento ad ogni sollecitazione culturale, e l’assessore Corigliano, che inizia un percorso di (ri)costruzione che è di cucitura e di messa in rete delle immense potenzialità culturali della nostra terra».

SalTo Corigliano, Floriani, Bottero, Viscomi
da sin. Maria Francesca Corigliano, Gilberto Floriani, Paola Bottero e Antonio Viscomi

Sabbiarossa Edizioni è stata presente al Salone del Libro di Torino con alcuni dei suoi titoli più recenti. Sabato ha partecipato, con Paola Bottero, all’incontro con gli scrittori Carmine Abate, Giuseppe Aloe, Ettore Castagna, Gioacchino Criaco, Domenico Dara, Nicola Fiorita, Mimmo Gangemi, Olimpio Talarico e con i rappresentanti istituzionali Irto e Corigliano (la tavola rotonda dal titolo “la regione degli scrittori per una nuova narrazione della Calabria” è stata moderata da Filippo Veltri). Domenica con la presentazione, moderata da Alessandro Russo, del libro “Sono un ragazzo di paese” di Nino Mallamaci, collana Memorie.

SalTo Russo Mallamaci

C’è vita oltre Faceboom?

Non servono i numeri di Charles Chu, giornalista americano che si è preso la briga di calcolare il tempo medio utilizzato da ciascuno sui social network (608 ore all’anno) e, raffrontandolo con i tempi medi di lettura (tra le 200 e le 400 parole al minuto), ha rivelato che se si leggesse invece che stare sui social leggeremmo almeno 200 libri l’anno (e oggi consideriamo lettori forti quelli che riescono a leggere dieci titoli l’anno).

Non servono quei calcoli, perché basta leggere alcune notizie di cronaca per avere il quadro aberrante di ciò che possono diventare i social quando si sceglie, invece dell’uso, l’abuso: dal pluriomicida/ suicida che ha filmato e postato in diretta il suo ultimo delitto alle troppe ragazze che si sono tolte la vita per i contenuti postati e non rimossi dai social, gli esempi di vita reale che si intrecciano con la vita social rendono urgente affrontare il tema da più angolature.

C’è vita oltre Faceboom? Questa la domanda che si sono posti il Cis (centro internazionale scrittori) Calabria, il Rhegion Julii e sabbiarossa edizioni, partendo dalle vite incatenate – e narrate – da Paola Bottero nei 18 racconti che fanno parte, appunto, di Faceboom (sabbiarossa edizioni). Le risposte saranno il filo conduttore dell’incontro organizzato in sinergia all’interno della rassegna culturale San Giorgio. Una rosa. Un libro, che si terrà a Palazzo Alvaro (ex sede della Provincia di Reggio Calabria, in piazza Italia) nel prossimo fine settimana. Sabato 22 aprile, alle ore 18, nella sala conferenze del piano terra, Loreley Rosita Borruto, Mafalda Pollidori, Pino Rotta e Paola Bottero partiranno dall’opera narrativa per una riflessione ad ampio raggio sulla vita – e la non vita – social.

Spiega Mafalda Pollidori, neo presidente del Rhegion Julii: «Partendo dalla tagliente ed appuntita riflessione di Paola Bottero – che emerge dalla raccolta dei 18 racconti di Faceboom – sulla incomunicabilità celata dietro una sovraesposizione parolaia, l’incontro sarà occasione per riflettere sul potere dei “like”. Infatti, inseguendo “le vite incatenate” dei protagonisti delineati dalla chirurgica scrittura della Bottero si parlerà della vita… della vita al tempo dei social e si cercherà di mettere insieme i cocci di “quello che qualcuno insiste a chiamare mondo reale”».

Loreley Rosita Borruto, del Cis Calabria, aggiunge: «Avere o essere? Se lo chiedeva Eric Fromm, aprendo a riflessioni che oggi sono ancora più contemporanee. Oggi la risposta potrebbe essere, semplicemente, “apparire”, come perfettamente sintetizzato nella frase di Bukowski. I social, che pure hanno connotazioni positive, hanno cancellato i dialoghi ed i rapporti intimi, la privacy. Siamo diventati come le monadi di Leibnitz, isole non comunicanti che si sono lasciate fagocitare dagli squilibri di allontanamento dai sentimenti. E se non abbiamo più contatti diretti, poco per volta perdiamo anche altro, a partire dal senso della parola, ormai cancellato dalla povertà del linguaggio».

«I social sono lo specchio distorto della realtà»: secondo Pino Rotta, presidente del Corecom, «Facebook, proprio come narrato in Faceboom, è l’amplificatore delle solitudini sociali, dell’emarginazione, del senso di impotenza. Si avverte, nei social, la mancanza di conoscenza che diventa struttura, che impoverisce i linguaggi, che si fa emergenza sociale. Lavoro da anni su questi argomenti, perché credo urgente una prevenzione a livello pedagogico: il Corecom ha sottoscritto due protocolli d’intesa con la Commissione Pari opportunità per cercare di mettere un freno al cyber bullismo, ma la strada è ancora molto lunga».

«Siamo un po’ i marziani di noi stessi e della nostra umanità» chiosa Paola Bottero, autrice di Faceboom. «C’è vita su Marte? ci chiedevamo un tempo. Oggi la domanda è “c’è vita oltre i social, oltre la rappresentazione che facciamo di noi stessi?”. Per me i social sono da sempre strumenti di amore e di odio: possono dare tantissimo, se usati bene. Possono diventare micidiali se abusati. E ne stiamo abusando da tempo, svuotando il senso non solo delle parole, ma anche della nostra stessa natura umana: la condivisione diventa un post o un like, il dialogo si trasforma in commenti acidi, troppo cattivi o troppo buonisti, su qualsiasi argomento, l’attenzione per il sociale diventa ansia di avere una visibilità social, in un’implosione continua e costante che sta rubandoci l’umanità. Da queste riflessioni sono nate le vite incatenate. E ancora oggi la domanda è quotidiana: c’è vita oltre Faceboom?».