di Paola Bottero | SUD e FUTURI
Un’app mette in contatto ciechi o ipovedenti con i volontari che sono entrati nel mondo di Bee My Eyes: la mia prima esperienza
L’icona di BME, Be My Eyes, si confonde con le tante app che da tempo si affollano nel mio smartphone. Sembra un sole blu, in realtà è un occhio. L’occhio di chi vede a disposizione di chi non vede.
La promessa di BME è molto chiara: “ogni giorno rendiamo il mondo più accessibile a più persone”.
Un obiettivo per “vedere il mondo insieme”: l’app Be My Eyes collega utenti ciechi o ipovedenti “che desiderano assistenza con volontari e aziende in tutto il mondo, attraverso video dal vivo e IA”. Numeri importanti: quasi 9 milioni di volontari, quasi 900mila utenti ciechi o ipovedenti.
Conosco bene il mondo dei non vedenti, cui sono molto grata.
Devo a tanti di loro, ma soprattutto ad Anna Barbaro, campionessa paralimpica, amica, madre, bellissima persona, l’insegnamento più grande: imparare a vedere. Stare con lei, parlare della disabilità visiva a pubblici sempre più ampi, mi ha permesso un percorso interiore che prosegue ancora, dopo oltre vent’anni. Perché è molto facile dare per scontato ciò che si ha, anche se non dovrebbe esserlo.
Così continuo a non dimenticare la fortuna di vedere, di camminare, di sentire. E se posso metto queste mie abilità – altro che le skill da cv – a disposizione di chi ha meno fortuna di me. Almeno sul piano fisico.
Quando mi sono imbattuta nell’app BME l’ho scaricata subito. Ho fatto il test di funzionamento dell’applicazione, l’ho abilitata, l’ho dimenticata. Non molto tempo fa sono tornata sull’icona blu per individuare eventuali problemi di configurazione: tutto a posto. Ma continuava a tacere.
Poi, un tardo pomeriggio di qualche giorno fa, è arrivata la chiamata.
Ero al lavoro, come adesso, davanti al computer. Mi è apparso, appena ho acconsentito al collegamento, un altro schermo di computer.
Una persona dall’altra parte del telefono mi mostra il suo monitor, inquadrando la pagina di YouTube con una collezione di musica barocca per oboe. Sulla copertina la figura di un ragazzo con un oboe.

L’app consente a chi chiede aiuto di accendere automaticamente la trasmissione video. Chi risponde sente la voce dell’utente e vede le immagini che l’utente non potrebbe vedere, diventando, appunto, i suoi occhi. Il tutto nel perfetto anonimato di entrambe le parti.
Il suo telefono, e dunque la telecamera, continua a muoversi: non riesce a inquadrare ciò che gli interessa. Gli fornisco indicazioni su come spostare il telefono per farmi vedere ciò di cui mi parla, intanto mi spiega la sua richiesta di aiuto. Stava cercando da quasi un’ora di avere maggiori indicazioni sulla figura in cover. Mi chiede di descriverla meglio. Il suo screen reader (forse anche la barra Braille) gli aveva dato una descrizione accurata che lo aveva incuriosito, vuole capire qualcosa in più. E soprattutto sapere chi l’ha dipinta.
Ma non ci sono riferimenti sulla pagina che leggo per lui.
Mi offro per fare una ricerca sul mio computer, partendo dall’immagine. Scopro così che l’opera, olio su tela, è stata dipinta nel 1884 da Clara Montalba, artista britannica innamorata di Venezia. Non gli torna il pipe, che è un flauto, o un piffero. Ed in effetti a quello sembra, più che a un oboe.
Gli traduco la biografia della pittrice, si appunta le cose che lo incuriosiscono maggiormente e mi ringrazia.
Chiude senza che lo possa salutare, né chiedergli come si chiama.
Né ringraziarlo, perché aiutarlo mi ha fatto sentire bene. Utile, anche se solo per una stupidaggine come questa.
E più penso a quante persone potrebbero essere aiutate dall’app, più sono grata a chi ha inventato Bee My Eyes. Perché questo è essenziale: poter dare ciò che si ha, fossero anche solo 5 minuti di vista, a chi non ce l’ha.

