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Le mafie al tempo dei social

Un tema urgente: il dilagare delle mafie attraverso i social media. La necessità di approfondire unendo tra loro realtà diverse – Fondazione Magna Grecia, Università Luiss, AdnKronos, viaCondotti21 e LaCapitale – per potenziare al massimo l’effetto del seminario in cui abbiamo messo a confronto alcuni tra i maggiori esperti della lotta alla criminalità organizzata. Una doppia velocità: una prima giornata costruita come un programma televisivo, mandato in diretta streaming sui canali social e su quelli dei nostri partner, una seconda giornata nell’aula magna della Luiss.

Due giorni, sintetizzati in una puntata del nostro format LaCapitale Speciale, i cui interventi hanno dato il via a studi e ricerche ancora in corso. Eccone alcuni.

Il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri:“Le mafie oggi sono mimetizzate nel tessuto sociale ed economico ma la mafia non esisterebbe se non avesse l’appoggio delle classi dirigenti, sarebbe criminalità comune. Invece le mafie hanno bisogno del territorio e del consenso popolare. Oggi un boss è un imprenditore e come tale ha il suo marketing, ha bisogno di pubblicità“.

Antonio Nicaso, scrittore e storico delle mafie: “Alle organizzazioni criminali basta cercare una famiglia su Google per sapere cosa ha fatto. La violenza si usa solo in caso di necessità, i metodi per controllare il territorio in Italia sono altri. Senza il concorso esterno di apparati dello Stato non c’è mafia”.

Lo scrittore ed ex Questore Piernicola Silvis: “Gli affari della ‘Ndrangheta sono al Nord. Oggi le seconde e terze generazioni delle famiglie della ‘Ndrangheta calabrese sono manager che hanno studiato alla Bocconi. Chi dice che le mafie non esistono più perché non ammazzano nessuno non capisce che così sono anche più pericolose. Non ammazzano perché non ne hanno neanche bisogno”.
Marcello Ravveduto, professore dell’Università di Salerno: “Le mafie sono un brand e i social sono il loro nuovo strumento di propaganda. Nessun intermediario, solo auto narrazione. Twitter è la loro agenzia di stampa, Instagram il loro magazine, Facebook è la loro TV generalista e TikTok il loro reality show. I rampolli dei boss sono gli influencer della mafia e hanno una loro colonna sonora, la musica trap”.

E ancora Manuela Bertone, docente dell’Universitè Côte d’Azur di Nizza: “Dobbiamo combattere le rappresentazioni affascinanti e suadenti delle mafie, la mitizzazione che trasforma i mafiosi in leggende”.
Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica: “I mafiosi sono da sempre interessati alla narrazione. Non è un caso che il primo delitto eccellente a Palermo sia stato quello di un giornalista. È l’unica antimafia che dà fastidio ai boss. Quella che sta sul territorio”.
Cesare Giuzzi, giornalista del Corriere della Sera: “Per gli imprenditori del Nord la ‘ndrangheta è un brand affidabile con cui fare affari. Non ha più bisogno neanche di fare paura, molti funzionari pubblici si sono fatti corrompere con una escort”.

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Si racconta che all’angolo di una via ci fosse un cieco che appeso al collo aveva un cartello con la scritta: “Cieco dalla nascita”. Riceveva poche elemosine. Passò di lì un pubblicitario che gli modificò il cartello. Poiché le offerte fioccavano, il cieco, quando lo incontrò nuovamente, volle sapere cosa avesse scritto.
“Il messaggio è lo stesso, ho solo cambiato la strategia di comunicazione” gli rispose il copywriter. “E cosa hai scritto?” domandò il cieco, curioso. “È il primo giorno di primavera e non posso vederlo”.

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