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Non possedere per essere? Ecco la vera digitalizzazione dell’impresa

Quali sono le più grandi compagnie al mondo ? Quelle senza beni, né magazzini, né scorte, ma che sono riuscite a trasformarsi in quest’era digitale. Qualche esempio?

  • La più grande compagnia di Taxy al mondo non possiede macchine (#Uber)
  • La più grande impresa di alloggi non possiede immobili (#Airbnb)
  • La banca che cresce più rapida al mondo non possiede denaro reale (#Bitcoin)
  • La maggiore impresa di comunicazioni tra utenti non possiede infrastrutture (#Skype #WhatsApp)
  • Il maggior rivenditore al mondo non ha inventario né magazzino (#Alibaba)
  • Il principale mezzo di notizie al mondo non ha redattori (#Twitter)
  • La maggiore piattaforma di film non ha cinema (#Netflix)
  • La maggiore stazione di trasmissioni radio non ha né microfoni né emittenti (#Spotify)
  • I maggiori venditori di software al mondo non programmano (#Google, #Apple)

La trasformazione digitale sta avvenendo adesso. O forse è già avvenuta. Fare impresa oggi è davvero più semplice? O oggi le strategie di impresa sono legate a doppio filo con le strategie di comunicazione? Qualche domanda occorre iniziare a farsela. E comprendere che non basta avere un computer per essere giornalista, comunicatore, artista, grafico, creativo, fotografo, musicista, scrittore, regista, etc. Servono idee, connessioni veloci e, soprattutto, competenze e professionalità.

Lurka e non posta: il cliente migliore si cattura con il WOM

Una volta c’era il passaparola. Si acquistava un prodotto/servizio/sogno/bisogno perché altri lo avevano già fatto e ne erano rimasti soddisfatti. Poi è arrivata l’era consumer, quella in cui la pubblicità era l’anima del commercio, in cui le tipografie e i grafici si improvvisavano strateghi di mkt e comunicazione, in cui la carta si sprecava e imbrattava ovunque.
Indigestione dopo indigestione, sovraesposizione dopo sovraesposizione, siamo arrivati a un punto zero (o meglio 2.0) in cui le regole sono state completamente ribaltate. Per poi tornare quelle di un tempo, le più antiche.

Oggi la nuova frontiera del marketing non può fare a meno del community management, parte attiva in tutte le campagne di buzz marketing, tecnica non convenzionale basata sul passaparola in rete (WOM, word of mouth) con lo scopo di raggiungere nel minor tempo possibile (e nel modo più efficace) il target preidentificato.
Una campagna promozionale che si rispetti non può ignorare la rete, la community, i social: deve integrare ed integrarsi ai nuovi linguaggi che corrono alla stessa velocità del consumismo. Chi lo ha capito prima degli altri ha messo a punto una campagna capace di cancellare ogni influenza negativa dell’informazione globalizzata. Un esempio per tutti è Amazon, il colosso salito agli onori della cronaca per le “regole di ingaggio” imposte ai dipendenti, che nello stesso momento in cui licenzia migliaia di persone e combatte con i sindacati lancia una campagna meravigliosa, creando una fiction del WOM. Ce l’avete presente, no? Chi non ha letto, prima di acquistare un prodotto su Amazon, le recensioni? E chi non ha scritto commenti duri quando non è rimasto soddisfatto dell’acquisto? La campagna mkt di Amazon è tanto semplice quanto efficace: ricostruisce situazioni tipo di un momento familiare (ad esempio lo skateboard e il gioco padre/figlio), ruotando attorno ad un commento costruito ad hoc, ma terribilmente vero e credibile. Eccolo, il vecchio passaparola che diventa WOM, buzz mkt. E sarà efficace grazie, soprattutto, ai lurker.

No, non sono voyeur. Quasi, ma non proprio: sono la massa, quella cui ci dobbiamo rivolgere se facciamo comunicazione: sono quelli che leggono ma non intervengono, non rendono palese la propria presenza perché non lo reputano necessario o perché non lo desiderano. Leggono tutto, anche il modo in cui si gestiscono gli hater. Sanno valutare il grado di preparazione del community manager, la capacità di gestire gli iperattivi, di problem solving, di gestione di informazioni, relazioni, conflitti, strumenti di interazione.
Sono presenti ma non postano. E per questo spesso gli altri utenti non sono consapevoli della loro esistenza.
No, non sono neppure spioni. Anzi. La netiquette (ma anche il buonsenso e un briciolo di amor proprio) richiederebbe un periodo di lurking (osservare da dietro le quinte, ascoltare senza parlare prima di iniziare a parlare), di osservazione, per farsi un’idea delle “regole della casa”, per comprendere di cosa si stia trattando, chi ha detto cosa, quali sono i modi e i linguaggi. Certo, è molto più facile postare come se non ci fosse un domani, con l’unica ansia di pubblicare la propria opinione. Per fortuna si lurka più di quanto si posti: il numero di utenti/clienti 2.0 che osserva in silenzio è molto più alto: a loro si rivolge il buzz mkt. Mentre gli altri, in numero ben inferiore, fanno massa inondando le proprie giornate – e social, chat, forum etc – di post.

passaparola

Connessioni e sconnessioni: qual è la realtà?

 

Il web connette al mondo globale o sconnette dalla realtà? Una domanda tanto semplice quanto urgente, che don Giovanni Zampaglione, illuminato e attivissimo parroco di Marina di San Lorenzo (Rc), ha deciso di porre alla base dell’incontro che si terrà sabato 13 gennaio 2018 nella sala convegni dell’Access Point di Roghudi.

Don Zampaglione ha coinvolto la dirigente scolastica dell’IC De Amicis, Antonella Borrello, e l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Pierpaolo Zavettieri, per una mattinata di riflessioni con i giovani studenti.

Toccherà al giornalista Giuseppe Toscano moderare gli interventi del garante per l’infanzia Antonio Marziale, dell’assessore alla cultura Leonella Stellitano, dello psicologo Sandro Autelitano, della giornalista e scrittrice Paola Bottero, che ha studiato, narrato, denunciato ed esaminato il fenomeno della deriva personale “in favore di social” con Faceboom, raccolta di “18 racconti incatenati al tempo dei social” pubblicata a fine 2015 da sabbiarossa edizioni e già alla quinta ristampa (è in uscita una nuova edizione).

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